Il lato positivo dell’indecisione

Il lato positivo dell’indecisione

L’indecisione nei suoi lati di prudenza e riflessione è una guida preziosa. Ci consente di capire cosa è meglio per noi aprendo un dialogo con la nostra libertà, la nostra razionalità e le nostre emozioni. Le domande dell’esistenza, quelle che coinvolgono i grandi cambiamenti e la nostra responsabilità di fronte a essi, trovano risposta dentro di noi.

Il tema dell’indecisione mi sta molto a cuore. Non a caso. 

Da bambina, da adolescente fino a giovane donna, studentessa universitaria, mi sono sentita dire che ero “un’eterna indecisa”. 

Per tutta una serie di motivi che sicuramente potevano essere interpretati così. Soprattutto in anni in cui di sicuro non si parlava di orientamento né a scuola né in famiglia. 

Questa era l’impressione che davo a chi mi stava intorno. O comunque era la lettura che gli altri facevano di me. 

Non sapevo cosa mi piaceva e soprattutto cosa volevo fare da grande, chi volevo diventare. Provavo uno sport e cambiavo idea, tentavo di suonare uno strumento musicale ma mi accorgevo che non faceva per me. Quale lavoro? Quale professione? 

Diversi tentativi che parevano indecisioneincertezza. Davo l’impressione di non sapere cosa volevo. E quindi “eterna indecisa”.

Cosa puoi fare se un’etichetta ti viene data così presto quando la tua identità non si è ancora costruita e non è ancora definita? Quando la tua identità si sta costruendo ed è comprensibile non sapere mentre si è alla ricerca di se stessi?

Puoi succedere che quella etichetta la si accetti come una realtà: sono un’indecisa.

È tipico di molti ragazzini dire: “Come mi conoscono i miei genitori, non mi conosce nessuno. Nemmeno io stesso”. Fa parte del processo di crescita. È normale, fisiologico affidarci allo sguardo degli altri per imparare a conoscerci e definirci. Ma è anche rischioso e a volte deleterio!

In fondo poteva capitarmi un’etichetta peggiore e devo a onor del vero riconoscere che di etichette ne avevo diverse, come tutti noi. Qualcuna più lusinghiera di altre.

Alcune però ti si appiccicano addosso di più e toglierle può richiedere un bel lavoro su di sé e una attenta e a volte dolorosa a volte liberatoria rilettura della propria storia.

Scrivendo e leggendo sono arrivata ad autodefinirmi come “ricercatrice”, “sperimentatrice”. Non “indecisa”. Ero una ragazzina curiosa e dovevo provare quello che mi piaceva per capire se faceva per me oppure no. Forse non sapevo cosa mi piaceva di più, ma sapevo perfettamente cosa non mi piaceva per niente!

Ero un’orientatrice in erba!

Il libro della psicologa Gianna Schelotto, Vorrei e non vorrei. Perché è così difficile scegliere ciò che è meglio per noi, tratta il tema dell’indecisione.  

È un libro dedicato a noi, indecisi.

L’ho letto da “esperta” della materia e se su alcune cose mi sono ritrovata, su altre posso dire che la mia esperienza e la mia riflessione sono state diverse. In ogni modo mi ha fatto riconsiderare con una certa tenerezza l’indecisione

Nelle decisioni da prendere, grandi o piccole che siano, siamo condizionati non solo dalla ragione, ma anche da una fitta rete di giudizi e pregiudizi, consci e inconsci, norme sociali e intime convinzioni, che esistendo in filigrana dentro di noi rendono impervie le nostre scelte.

Sì, mi è successo. Il primo condizionamento appunto è stata l’etichetta di “indecisa”. Come potevo sentirmi adeguata di fronte alle mie scelte, se io ero “indecisa”? 

Tutto gridava l’amara realtà: non ero capace di decidere perché ero indecisa. 

Neppure mi accorgevo delle scelte che facevo, perché mi portavo dietro una specie di nuvola di Fantozzi gigantesca.

Se anche mi prendevo del tempo per riflettere su scelte importanti, non ero una persona saggia che pondera quello che fa. No. Ero e restavo un’indecisa. Perché è scritto da qualche parte che le cose sono bianche o nere. O decidevo o ero indecisa. Non era contemplato il grigio della riflessione!

Invece la riflessione di fronte alle decisioni, soprattutto quelle importanti della vita, quelle “emotivamente determinanti che comportano grandi responsabilità”, è un passaggio auspicabile

La reazione a un’etichetta spesso è un’altra etichetta. Dunque mentre riscrivevo e rileggevo il romanzo della mia vita, da indecisa sono passata ad un’altra definizione di me che mi soddisfaceva di più e che non contemplava l’indecisione, perdendo così tutti i lati positivi dell’incertezza, come il fatto che sia “una guida preziosa” e che la si possa usare per guadagnare tempo, per agire senza farsi incalzare dalla fretta.

In psicologia dell’orientamento, durante l’attività di bilancio di competenze, si propone spesso una riflessione sui “difetti” e le “qualità” di ciascuno ragionando sul “rovescio della medaglia”. 

Solitamente suggerisco di considerare come ogni nostra caratteristica ha un aspetto di debolezza e uno di forza, uno di luce e uno di ombra. Che porta vantaggi o svantaggi in misura diversa. Anche quella che può essere considerata una qualità, se dosata in maniera eccessiva, può diventare una criticità.

Questo per dire che l’indecisione esiste. Punto. Non neghiamola o rinneghiamola. 

Impariamo a vederla, a osservarla, a narrarla. Come tutte le caratteristiche umane, vale la pena accoglierla e ascoltarla. 

Se è presente nella nostra storia proveremo a guardarla con occhi diversi. Se sembra assente cercheremo di reintrodurla nella narrazione. 

Che tutto siamo tutto. Che “siete voi la scelta giusta” (Gio Evan).

Do I contradict myself? Very well, then I contradict myself, I am large, I contain multitudes. (Walt Whitman)

Forse che mi contraddico? Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico, sono vasto, contengo moltitudini. 

Cosa racconta la tua storia dell’indecisione? 

Quali etichette ti sei ritrovato?

Cosa c’è scritto sul rovescio della tua medaglia?

Parliamone

A presto

Rosalba

Photo by Alonso Reyes on Unsplash